Threat-Rigidity: quando i team cercano sicurezza nelle crisi.
Cos'è la Threat-Rigidity e perché blocca l'adattabilità dei team di lavoro? Dalla teoria al modello Schön per mantenere aperto il confronto interno.
Molte aziende dicono di volere manager che sappiano delegare, che promuovano l'innovazione e che sappiano assumersi dei rischi. In sede di valutazione, però, viene premiato chi ricontrolla tutto personalmente e chi presidia ogni riunione. Questo scarto ha un nome: è il gap tra leadership dichiarata e leadership reale, ed è uno dei problemi più diffusi, e più costosi, che un HR si trova ad affrontare.
Lo stesso fenomeno si osserva per la cultura organizzativa: quando un'organizzazione dichiara valori che non trovano riscontro nei comportamenti quotidiani, si crea uno scollamento che danneggia la coerenza strategica e la fiducia dei collaboratori.
Non serve quindi chiedersi “quali competenze di leadership servono in generale?”, ma “cosa serve qui, in questa organizzazione e in questo momento?". Perché ogni azienda ha bisogno del proprio modello di leadership.
Il mito del "leader universale" è ancora presente, ma è proprio questo il primo ostacolo da superare. Le competenze che definiscono un buon manager non sono le stesse ovunque: cambiano in base al settore, al contesto e alla fase di vita dell'organizzazione.
Qualche esempio concreto:
Per decenni la modalità dominante è stata quella del "Command and Control": gerarchica, verticale, basata sulla supervisione diretta. Un approccio che mostra sempre più i suoi limiti, soprattutto nei contesti di crisi o cambiamento rapido, dove organizzazioni più flessibili e agili si sono dimostrate più pronte a reagire. Passare dal "controllo" alla "cura", questa è la nuova frontiera.
Ecco perché copiare il "leadership model" di un'altra azienda (per quanto autorevole) significa quasi sempre importare competenze poco rilevanti per il proprio contesto specifico, e lasciare scoperte le skill che fanno la differenza nella propria realtà.
Costruire un modello di leadership su misura non è un esercizio teorico: è un processo strutturato, che parte dalla strategia di business e arriva a comportamenti quotidiani osservabili e misurabili. Ecco i cinque passaggi.
Prima di parlare di competenze, bisogna chiedersi dove l'azienda vuole andare. Crescita internazionale? Trasformazione digitale? Consolidamento di mercato? Ogni direzione strategica richiede un profilo manageriale diverso.
La strategia va tradotta in capacità concrete che l'organizzazione deve sviluppare: se l'obiettivo è l'innovazione di prodotto, servono manager capaci di gestire l'ambiguità e sperimentare, mentre se l'obiettivo è l'efficienza operativa, serve rigore metodico.
Qui il modello prende forma reale. Non basta scrivere "leadership orientata all'innovazione": bisogna definire cosa significa concretamente, nei comportamenti di tutti i giorni: ad esempio, come un manager gestisce un'idea che arriva dal team, o come reagisce a un errore.
È il passaggio più delicato, e spesso il più trascurato. Bisogna verificare se i comportamenti che l'azienda dichiara di volere sono davvero quelli che vengono riconosciuti, promossi e valorizzati nella pratica quotidiana.
Per evitare che il modello resti un esercizio soggettivo o un elenco di buone intenzioni, va validato attraverso un approccio strutturato in più fasi: interviste esplorative con manager e collaboratori per far emergere gli elementi che motivano o frenano le persone, questionari quantitativi standardizzati per oggettivare comportamenti, motivazioni e competenze preferenziali, workshop di validazione con la popolazione interna, per confermare le ipotesi emerse e limitare i bias cognitivi individuali. Solo un percorso così strutturato permette di passare da un modello "dichiarato sulla carta" a un modello realmente condiviso e riconosciuto.
Una volta definito il modello di leadership, la domanda successiva è inevitabile: quanto è già presente, oggi, nella popolazione manageriale dell'azienda?
È qui che entra in gioco lo skill mapping: non una semplice matrice di competenze statica, ma una fotografia dinamica e data-driven del capitale comportamentale dell'organizzazione. Un modello come Manage-R, ad esempio, articola le competenze manageriali su tre dimensioni complementari (gestione del Team, gestione dell'Organizzazione e gestione del Cambiamento) per un totale di nove competenze associate. Questo permette di leggere il management come un insieme di capacità distinte, ciascuna misurabile separatamente.
Lo skill mapping consente di rispondere a tre domande concrete:
Un’azienda del settore manifatturiero, nell'ambito di un piano di innovazione, si è trovata di fronte a un problema molto comune: l'azienda dichiarava di voler manager capaci di innovare e di guidare il cambiamento, ma nella pratica quotidiana continuava a valorizzare chi si limitava a eseguire senza deviare dai processi consolidati.
L'azienda ha deciso di partire non da un modello di leadership teorico preso "in prestito" da altri contesti, ma dalla fotografia dei comportamenti reali dei propri project manager. Il percorso si è sviluppato in cinque fasi: analisi e condivisione dei fabbisogni con i responsabili HR, presentazione dell'iniziativa ai gruppi coinvolti, realizzazione di bilanci di competenze individuali, mappatura comportamentale con strumenti PerformanSe e restituzione dei risultati.
Sono state mappate quattro aree comportamentali chiave, tra cui la gestione del team e sviluppo delle persone, con un focus specifico sullo stile di leadership agito da ciascun project manager: quanto fosse orientato a coinvolgere e responsabilizzare i collaboratori, rispetto a quanto dichiarato a livello di policy aziendale. Il confronto tra i due piani — leadership dichiarata dall'azienda e leadership effettivamente osservata sul campo — ha permesso all'HR di individuare con precisione dove il modello di leadership esistente non trovava riscontro nella realtà, e di costruire un piano di sviluppo mirato invece di un percorso formativo standard. Il risultato è stata una maggiore consapevolezza, sia individuale che organizzativa, di quali comportamenti di leadership fossero già presenti e quali andassero invece rafforzati per allinearsi alla strategia di innovazione dell'azienda.
Un leadership model validato e uno skill mapping accurato hanno senso solo se si traducono in decisioni HR concrete. Ecco le tre azioni principali.
Piani di formazione e coaching mirati. Il budget va destinato alle reali carenze emerse dalla mappatura, non a percorsi standard uguali per tutti. E la differenza che si vede nei risultati: secondo l'International Coach Federation, oltre il 70% delle persone che seguono un percorso di coaching riporta un miglioramento significativo in performance, comunicazione e relazioni professionali. E gli investimenti in sviluppo delle competenze trasversali mostrano ritorni concreti, con un ROI spesso superiore al 4:1.
Succession planning e talent review. Identificare i leader di domani sulla base di evidenze scientifiche, e non solo sull'intuito o sulla visibilità interna, riduce il rischio di promuovere sulla base dell’intuito invece che per reale idoneità al ruolo.
Trasformazione culturale. Il monitoraggio continuo dell'evoluzione dei comportamenti organizzativi permette di verificare nel tempo se il gap tra leadership dichiarata e leadership agita si sta davvero riducendo, e di intervenire quando non è così.
Costruire il proprio modello di leadership non è un esercizio accademico, né un'operazione di immagine. È il modo concreto per trasformare strategia e cultura aziendale in decisioni sulle persone: decisioni su chi promuovere, chi sviluppare, chi affiancare con un percorso di coaching e come orientare la mobilità interna.
In PerformanSe non proponiamo solo dei test da somministrare: aiutiamo gli HR Director a costruire questo ponte, dalla strategia ai comportamenti misurabili, fino alle decisioni che contano sul serio per la maturità organizzativa dell'azienda.
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